Stato di propaganda permanente

Una propaganda senza soluzione di continuità: è questa la condizione in cui ci hanno portato la Lega di Salvini e il movimento guidato da Luigi Di Maio

di Guido Petrangeli

Il polo sovranista-populista dopo oltre 80 giorni di trattative piuttosto che passare all’incasso di un governo mediato con il Presidente della Repubblica preferisce impuntarsi sul nome di Paolo Savona. Perché? Quando si è capito che non c’era spazio per modificare la legge elettorale si è deciso di andare a votare con il vento in poppa. Per questo l’affaire Paolo Savona si configura come l’ennesimo escamotage mediatico per aumentare il consenso popolare.

Da giorni su giornali e talk-show si parlava di come il nome di Savona non fosse ben gradito al Colle, che aveva proposto come contropartita all’Economia il vice di Matteo Salvini. La forzatura con il Presidente Mattarella è stata dunque cercata e usata per creare un clima favorevole alla propaganda sovranista-populista.

La democrazia tradita, le élite che decidono sulla pelle dei popoli, l’Europa come nemico numero uno: sono queste le frecce infuocate che aspettavano Di Maio e Salvini per incenerire gli avversari. Il leader della Lega d’altronde è in perpetua campagna elettorale: basta scorrere i suoi profili social per capire che per lui le elezioni non sono finite il 4 marzo.

A poche ore dallo strappo calcolato il leader leghista sulla propria pagina Facebook scriveva che “I signori dello spread e delle banche, i ministri di Berlino, di Parigi e di Bruxelles non erano d’accordo con il governo del cambiamento.” Inutile dire che questo post è stato cosi coinvolgente tra gli utenti online da risultare il messaggio Facebook più virale di Salvini.

Il leader leghista oltre a essere diventato il politico italiano più popolare su Facebook riesce a avere un impatto sull’opinione pubblica digitale, in termini di engagement (like, commenti e condivisioni), maggiore dei principali quotidiani italiani messi insieme (Repubblica, Corriere, La Stampa, Sole24 Ore). Possiamo quindi solo immaginare quanto consenso possa trovare Salvini spingendo al massimo la sua retorica anti-euro e anti-sistema. Non è un mistero che il leader leghista consolidi la sua popolarità in un vasta comunità online anti-europeista basata su fanpage come Stop Euro, Basta Euro e Adesso Basta. Questi gruppi, molto attivi sia in campagna elettorale che dopo, usano una retorica molto violenta e ai limiti delle fake news.

La vicenda di Paolo Savona viene infatti ricostruita come un attentato alla Costituzione fatta da non meglio precisati potentati finanziari rappresentati dalle agenzie di rating, dai vertici di Bruxelles, dalla BCE, dal FMI, da Golman Sachs e JP Morgan. La retorica complottista e anti-sistema della rete si è dunque saldata con la comunicazione politica di chi ad un passo da incarichi di governo ha preferito soffiare sul fuoco di una propaganda vincente a livello popolare.

Se Salvini è risultato l’attore protagonista di questa strategia in casa Cinque Stelle non si è rimasti a guardare. In effetti tutto nel mondo pentastellato sembra esaurisci in uno stato di propaganda perenne: dalla mail con i futuri ministri inviata al Capo dello stato, passando per un contratto privato di governo fino alla sua ratifica popolare sulla piattaforma Rousseau. In più, per non farsi schiacciare dallo strappo di Salvini, Luigi Di Maio e colleghi hanno alzato il livello di scontro tirando in ballo l’impeachment per il Presidente Mattarella.

Abbiamo segnalato in un precedente post su questa rubrica come all’indomani delle elezioni del 4 marzo il Movimento 5 stelle abbia sfruttato alcune fan page appartenenti alla sua community per continuare la campagna elettorale. Queste pagine Facebook, molto popolari e vicine per livello di coinvolgimento a quella ufficiale, hanno mantenuto dei toni da propaganda anti-sistema anche mentre Di Maio si presentava come un mediatore di governo. Se all’epoca ci chiedevamo che scopo avesse tenere il piede in due scarpe oggi sappiamo che far saltare il banco e trascinare il paese a nuove elezioni era più che un piano B.

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