I movimenti populisti sono in caduta libera

di Guido Petrangeli

Circa un anno fa il tormentone indie del momento, scritto e cantato da Tommaso Paradiso dei The Giornalisti chiamava in causa “la fine dell’estate e delle chiacchiere nei bar”. A livello elettorale, parafrasando la band romana, potremmo affermare che stiamo assistendo in questi ultimi giorni alla fine del populismo e delle chiacchiere reazionarie sui social network. Facendo un bilancio di quanto successo nell’ultimo anno sembra abbastanza evidente come si possa individuare una fase calante a livello di consenso elettorale di quello che è stato definito come il populismo ultra-nazionalista.

La Brexit e l’elezione di Donald Trump avevano aperto le porte ad uno spauracchio globale che per molti commentatori avrebbe avuto come conseguenza la disgregazione dell’Europa e della moneta unica. Non da ultimo, anche l’esito del referendum costituzionale italiano aveva fatto parlare tantissimi analisti di crisi irreversibile dell’establishment.

Oggi a neanche poche settimane da questi discorsi il vento del consenso popolare sembra aver improvvisamente cambiato verso. Le recenti elezioni amministrative italiane parlano di una clamorosa débacle del Movimento 5 stelle e si sprecano le dichiarazioni che parlano di “flop” del populismo.

In realtà, la prima battuta di arresto di un leader appartenente alla cerchia dei seguaci delle dottrine conservatrici e protezionistiche è avvenuta in Olanda, con la mancata vittoria di Geert Wilders. Di lì a pochi mesi Marine Le Pen, la leader populista per eccellenza, la paladina che avrebbe dovuto portare la Francia fuori dall’Euro si è schiantata contro il difensore delle élite Macron. La stessa mancata vittoria di Theresa May ed il collasso dell’Ukip suonano come una sconfitta per chi ha scelto posizioni favorevoli ad una hard Brexit. Una sconfitta così netta dei movimenti populisti era difficile da prevedere, ma sicuramente da mesi qualcosa si stava muovendo in questa direzione.

Pochi giorni prima delle elezioni in Inghilterra abbiamo monitorato come sulla rete gli elettori inglesi cercassero molte informazioni sulla Brexit e quasi nessuna sulla sicurezza, tema centrale per i movimenti populisti. E a marzo, in occasione dei 60 anni dai trattati di Roma a Londra è esploso un forte movimento online contrario all’uscita dall’Europa. Anche per lo stesso Macron la rete è stato un formidabile alleato: nonostante partisse con uno svantaggio di popolarità online nei confronti della Le Pen, negli ultimi mesi è riuscito ad attrarre più elettori digitali dell’avversaria.

Nel contesto italiano invece registriamo come il disastroso risultato del Movimento 5 stelle alle amministrative sia figlio anche della perdita di attrattività che sta attraversando il Blog di Grillo. Oggi il principale strumento di propaganda dei 5 stelle non riesce più a monopolizzare, come nel passato, l’attenzione dell’opinione pubblica digitale.

Le campagne online, da ultimo quella sul reddito di cittadinanza, hanno ancora numeri alti per livello di engagement, ma sicuramente molto più bassi rispetto a quelli di solo un anno fa. Questa velocità di cambiamento avvenuta nell’opinione pubblica nel giro di pochi mesi si spiega quindi con la maggiore invadenza che hanno le dinamiche della rete nel dibattito pubblico. Anche perché i repentini cambi di scenario si sposano in maniera perfetta con i cardini della rete: liquida, virale ed istantanea. Il sempre crescente numero di ore passate online dalla popolazione globale stanno dunque elevando l’opinione pubblica digitale a soggetto determinante nelle scelte dell’offerta politica. Se a questo aggiungiamo l’alto numero di astensionismo possiamo tranquillamente affermate che il web sta assumendo i contorni di un formidabile termometro per conoscere gli umori del cittadino che vota.

 

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