La propaganda web dell’Isis è arrivata anche da noi

Gli arresti di fine marzo a opera dell’anti-terrorismo italiano rilanciano il tema della propaganda jihadista sulla rete

di Guido Petrangeli

La procura di Torino ha arrestato Elmahdi Halili, un italo marocchino autore del primo testo di propaganda dell’Isis in italiano. Nell’inchiesta sono coinvolti alcuni italiani convertiti all’Islam e cittadini di origine straniera: per tutti l’accusa ipotizzata è di aver svolto una campagna di radicalizzazione e proselitismo sul web. Ma perché il califfato nero ha deciso di puntare in maniera così netta su strumenti che in apparenza sono lontani anni luce dai valori della jihad?

La domanda nasce e trova risposta all’interno di un nuovo paradigma iniziato circa dieci anni fa. Proprio in quel periodo i social media hanno iniziato a trasformare tutti noi in creatori di contenuti, dandoci gli strumenti non solo per comunicare il messaggio ma anche per amplificarlo.

Ancora più importante i social network hanno fatto nascere e crescere un nuovo pubblico. Semplici utenti online, blogger e attivisti di base hanno scavalcato i vecchi guardiani dell’informazione, acquisendo molto spesso più influenza di quest’ultimi. I social network hanno facilitato il sorpasso ai danni dei professionisti dell’informazione garantendo ai nuovi attori della comunicazione online libertà editoriale, regole limitate e un nuovo pubblico.

I terroristi globali post al-Qaeda si sono accorti dei mutamenti in atto a partire dal 2014, quando hanno iniziato a sfruttare sistematicamente la tecnologia operando in modo molto simile a un team di marketing digitale di alto livello.

Gli strateghi dell’Isis hanno dimostrato di saper adattare la propaganda del califfato su quasi tutte le piattaforme online: social network come Facebook per arrivare a reclutare più persone possibili; applicazioni di chat crittografate come Telegram per le comunicazioni riservate; Twitter per rivendicare gli attacchi e ingigantire la potenza di fuoco del califfato.

Grazie al coinvolgimento di esperti informatici sono state lanciata app come “Dawn”: gli utenti dopo averla scaricato sul proprio telefonino mettono i loro account Twitter a disposizione dei terroristi che possono così coordinare e ampliare l’efficacia dei messaggi. I jihadisti 2.0 sono in grado di pubblicare i loro di tweet di propaganda e odio simultaneamente in lingua inglese.

In occasione della strage di Las Vegas i militanti dell’Isis hanno dimostrato di saper maneggiare anche il tema delle fake-news. Rivendicando in maniera artefatta l’appartenenza dell’attentatore Stephen Paddock alla rete dell’Isis, i terroristi hanno dimostrato di essere in grado di connettersi in tempo reale con tutto ciò che sta accadendo nella sfera culturale e tecnologica della nostra società. Negli anni l’Isis è riuscita nell’intento di costruirsi sulla rete un suo marchio di fabbrica. Un vero e proprio brand dall’iconografia immediatamente riconoscibile: la bandiera nera con i versi arabi, i militanti incappucciati e armati, i video a alta produzione dove si vede distruzione e morte.

Le menti a capo dell’Isis hanno dunque costruito un califfato parallelo e virtuale sfruttando le piattaforme online nel modo in cui erano destinate ad essere utilizzate: per costruire un pubblico e connettersi con i follower. C’è da dire che nonostante la pericolosità e l’atteggiamento spavaldo dei terroristi le piattaforme sono state lente a reagire.

Twitter ha fatto dei tentativi per chiudere gli account in odore di Isis, YouTube e Facebook hanno cercato di rimanere al passo con l’eliminazione dei video ma tutto questo non ha fermato la propaganda jihadista 2.0. La continua produzione di contenuti e la visibilità multipiattaforma del califfato nero hanno fatto sì che i media mainstream vedessero il loro contenuto e lo amplificassero anche mentre lo condannavano. Radere al suolo un regime dittatoriale è alla portato delle nostre azioni eliminare un brand dall’immaginario collettivo è quasi impossibile.

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